Territorio, Economia & Sostenibilità

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prospettive agro alimentari

I forti cambiamenti in corso, economici, strutturali, politici e ambientali, determinano necessariamente una revisione delle modalità gestionali e produttive anche del settore primario, l'agro alimentare, sempre più  considerato come "industria" e sempre meno a conduzione "contadina". 
Per avviare un processo di valutazione suggeriamo di scaricare  e conservare questo interessante studio del Prof. Mauro Moresi (Università della Tuscia, Viterbo) pubblicato per conto di SISTAL nel 2008 dal titolo "Prospettive di ricerca per lo sviluppo competitivo sostenibile dell'Industria Alimentare Italiana".
 

QUANTA ACQUA C'è NEL CIBO?

Per acquisire maggiore consapevolezza, in qualità di consumatori, vediamo insieme quali sono gli alimenti che secondo il Water Footprint Network consumano un volume maggiore di acqua.

Al primo posto, e non dovremmo esserne stupiti, si trova la produzione di carne. L’impronta idrica maggiore è quella data delle carni di bovini: 15.400 litri per chilogrammo, seguita poi dalla carne di pecora 10400 litri, di suino 6000 litri, e per ultimo di pollo 4300 litri.

Questo dovrebbe portarci a riflettere sul reale impatto che gli allevamenti intensivi hanno sull’ambiente.

Al secondo posto, e questo forse ci stupisce un po’ di più, troviamo il tè verde: la sua impronta idrica è di 8.860 litri d’acqua per produrre 1 chilo di prodotto. E per ogni bustina che contiene circa 3 grammi di foglioline, vengono consumati circa 30 litri d’acqua.

Per tonnellata di prodotto, i prodotti di origine animale hanno in genere una impronta idrica maggiore di prodotti vegetali. Secondo i dati riportati dalla fondazione, infatti, l’impronta idrica di un burger di soia di 150 grammi prodotto in Olanda è di circa 160 litri. Un hamburger di manzo dallo stesso paese costa circa 1000 litri.

Anche il riso è un alimento sprecone di acqua: per produrne un chilogrammo ne necessitano 2.500 litri.

Segue lo zucchero di canna, che ha un’impronta idrica di 1.800 litri; il pane, 1.600 e l’orzo, 1.420 litri di acqua per chilogrammo prodotto.

A gran sorpresa, anche le mele richiedono parecchia acqua per essere prodotte: per una sola ne occorrono ben 125 litri; 1140 litri d’acqua a confezione per quanto riguarda il succo di mela.

 

Agricoltura e Redditività

Sprechi, consumi energetici insostenibili, utilizzo esasperato di prodotti chimici, rendono non solo diseconomiche molte coltivazioni, ma compromettono la qualità del territorio. Noi di Valore & Territorio, basandoci su una grande quantità di materiale scientifico raccolto, siamo in grado di offrire studi settoriali tesi a definire nuovi modelli di sviluppo agricolo, con un miglioramento della redditività.
Negli studi che seguono e nelle pagine di questa sezione del sito, alcuni dati indicativi.
 

ENERGIA INSOSTENIBILE

La produzione alimentare mondiale dipende sempre di più - troppo - dal petrolio. Anche dalla disponibilità di terra coltivabile e ancor più da quella di acqua, certo. Ma il petrolio, anche se meno evidente, conta tanto nel sistema alimentare mondiale che ogni minaccia all'approvvigionamento petrolifero è una minaccia alla sicurezza alimentare. Lo fa notare l'ultimo aggiornamento pubblicato dal Earth Policy Institute di Washington, l'istituto di ricerca di economia ambientale fondato da Lester Brown. L'intera catena della produzione alimentare dipende dal petrolio: l'agricoltura stessa (per i macchinari, le pompe che estraggono acqua dalle falde, i fertilizzanti azotati e i pesticidi prodotti dall'industria chimica) e poi il trasporto dei prodotti agricoli, la loro trasformazione, confezionamento, e la refrigerazione lungo tutto il processo. La ricercatrice Danielle Murray (in Oil and Food: A Rising Security Challenge, Earth Policy Institute, 9 maggio 205) cita l'esempio degli Stati uniti: calcola che l'intero sistema alimentare americano consumi 10 quadrilioni (miliardi di miliardi) di Btu, o British thermal unit, unità di misura dell'energia usata negli Usa: è una quantità pari a 10.551 quadrilioni di joule (o all'intero consumo energetico di un anno in Francia). La produzione agricola in senso stretto consuma un quinto di quell'energia: produzione di fertilizzanti (28%), sistemi di irrigazione (7%), carburante consumato dai macchinari agricoli (34%), oltre alla produzione di pesticidi.

Il consumo di fertilizzanti è essenziale all'agricoltura degli ultimi quarant'anni: nell'ultimo mezzo secolo la produzione mondiale di cereali è triplicata (da 631 milioni di tonnellate nel 1950 a 2.029 milioni di tonnellate nel 2004), e ciò è stato possibile aumentando la resa delle coltivazioni per ettaro attraverso l'uso di varietà «ad alto rendimento» insieme a meccanizzazione intensiva, irrigazione, e grande uso di fertilizzanti azotati per restituire nutrienti ai terreni. Oggi il maggior consumatore mondiale di fertilizzanti azotati è la Cina (oltre 40 milioni di tonnellate nel 2004), mentre gli Stati uniti si sono stabilizzati (dall'84 il consumo annuo oscilla intorno ai 19 milioni di tonnellate) e così anche l'India (16 milioni di tonnellate annui dal 1998) - ma l'eccesso di fertilizzanti azotati ha ormai provocato un diffuso esaurimento dei terreni... Anche l'uso di pompe meccaniche per estrarre l'acqua ha permesso di aumentare la produzione agricola, perfino in zone aride - ma ha aumentato il bisogno di energia per l'agricoltura, oltre a contribuire all'esaurimento delle falde acquifere in molte regioni agricole. Usare di più i rifiuti organici per concimare i terreni, o usare meglio metodi di coltivazione che conservano acqua (arare le terre ad esempio: nell'agricoltura intensiva non si fa quasi più) permetterebbe di produrre cibo meglio e con meno uso di energia.

Questa però è solo una parte: è nel tragitto tra la produzione agricola e il consumo finale che il consumo di energia continua ad aumentare. Elenca lo studio del Earth Policy Institute: il 14% dell'energia totale consumata dal sistema alimentare va nel trasporto, il 16% nella lavorazione, il 7% nel confezionamento, 4% nella vendita al dettaglio, 7% ristoranti e fornitori, 32% nella refrigerazione domestica. L'energia consumata nei trasporti è una voce in crescita per il semplice motivo che nei paesi industrializzati occidentali il cibo viaggia sempre di più: tra 2.500 e 4.000 chilometri dal produttore al negozio - e questo è un effetto dei mercati sempre più aperti e del costo dei trasporti sempre più bassi, inclusi i jumbo-jet refrigerati che permettono di avere primizie tutto l'anno. Anche la lavorazione dei cibi si fa più sofisticata - si pensi alla quantità di roba precotta o altrimenti preparata, e così pure il confezionamento: plastica, scatole, confezioni singole. in questo senso, un comportamento individuale «ecologicamente sostenibile» è preferire i prodotti agricoli di stagione e prodotti localmente, mentre sta ai governi promuovere la produzione locale, i trasporti a minore intensità di energia (treni più che camion, ad esempio).